Gli Yoga Sutra di Patañjali:
una practognosi verso il disincanto
Gli Yogasūtra di Patañjali sono una composizione di 196 brevi frasi o versi śloka, scritti nel II sec d.C, raccolti in quattro libri (pāda), realizzati in senno alla cultura dei popoli che abitarono il subcontinente indiano. In questi libri sono descritti gli insegnamenti inerenti al percorso che un essere umano può intraprendere per poter orientare il movimento della propria vita oltre i condizionamenti, le contraddizioni e i conflitti che la caratterizzano. Prayojana è la parola sanscrita (lingua con cui si esprimevano tendenzialmente le classi colte) che indica il concetto di meta e insieme di intento, con cui si approccia lo studio proposto da un particolare darśana (scuola) o punto di vista (dalla radice drś, vedere, osservare).
Nei versi patañjaliani, in particolare, l’orientamento richiesto è la volontà di abbandonare ogni condizionamento per permettere l’accadimento del samādhi, termine la cui traduzione non è di resa immediata in quanto in esso sono stratificati numerosi significati, tant’è che il primo dei quattro pāda, è completamente dedicato a spiegare che cosa Patañjali intenda con questo termine. In particolare, nella traduzione realizzata da Federico Squarcini (alla quale ci atteniamo) è possibile evincere che si tratta di uno stato che permette di esistere senza il darsi di alcuna connotazione identificativa, sciolto da ogni spinta (vŗtti) conoscitiva (cittavŗtti) , dove per conoscere si intende solo il riconoscere un sé (asmitā) al quale appartiene o non appartiene l’esperienza percettiva. Per ottenere il risultato preannunciato, l’autore dichiara immediatamente al primo sūtra che esiste un metodo, yoga, che sboccia nel nirbijasamadhi (esistenza sciolta da ogni seme), distinguibile da tutti gli altri metodi definiti samādhi col percetto di cui, poi, fa un elenco:
Ecco ora l’insegnamento dello Yoga ( metodo)
Egli prosegue dando le condizioni per l’efficacia della sua proposta. Al terzo e quarto sūtra, comunica che se il metodo non viene eseguito fedelmente, allora
non resta altro che la conformità
ovvero l’identificazione con il plesso cittavŗtti, ma se il metodo viene eseguito correttamente, porterà all’arresto definitivo del plesso cognitivo, permettendo così al vedente (draṣṭṛ) di stazionare definitivamente nella forma che gli è propria (svarupa), concetto tradotto da Federico Squarcini con la forma che è tale senza essere in relazione ad altro da sé.
Il metodo di Patañjali richiede un’applicazione di lungo periodo, una prassi destinata a diventare uno stile di vita. Si articola in una sequenza di otto pratiche (descritte in sādhana pada) che si innestano l’una nell’altra senza soluzione di continuità, producendo un effetto “domino”, usando le parole di Federico Squarcini, rivolto allo scardinamento della credenza secondo la quale esiste un sé. Il metodo ha successo nel momento in cui ciò che viene nominato sé, ovvero il vedente/soggetto, non ha più motivo di assumere nuovi nomi, disarticolando così ogni tipo di discorso sul mondo e per il mondo.
Lo scardinamento delle credenze è il primo beneficio, tratto dalla messa in atto del metodo. Ciò che si sviluppa è una practognosi, ovvero una pratica che permette di comprendere di quali credenze ogni praticante è portatore, di quanti e quali contatti (samyoga) il sé è costituito, e con quali mezzi è necessario operare perché gli effetti del contatto tra visto e vedente si dissolvano completamente. Le tecniche portanti di tale disciplina sono due: vairāgya, processo di decondizionamento o stingimento del sé, abhyāsa, reiterazione del metodo composto da: astensioni (yama), prescrizioni (nīyama), stasi (āsana), confino del respiro (prānāyāma), il rivolgimento (pratyāhāra), il trattenimento (dhāranā), la visione inintenzionata (dhyāna) e, per finire, il samādhi.
Patañjali si raccomanda che la pratica sia da effettuarsi senza interruzioni, al fine di stabilizzare nel praticante un sentire particolare, quello della disaffezione ai sapori, colori, del mondo. Tale disaffezione è il risultato della liberazione dall’imbrigliamento del plesso delle cognizioni, scrive Squarcini, con conseguente separazione inintenzionale da ogni tipo di bramosia, che si ipotizza essere la base di avidyā, il non vedere come stanno le cose, l’incapacità dell’uomo comune di comprendere che l’io/sé è un costrutto che si manifesta ininterrottamente grazie alla sensibilità percettiva di cui è dotato, e alla capacità immaginativa che gli permette di assemblare ricordi, costruire teorie, e credenze di ogni genere.
La proposta di Patañjali è difficile da pensare ma soprattutto è difficile da mettere in atto. Apre domande di ogni genere, la prima fra queste sicuramene è la seguente: una volta ottenuto lo stingimento del sé, sempre che sia veramente possibile, in quale modo l’uomo potrebbe vivere? Un uomo che avesse dissolto ogni forma, ogni nome, e quindi avesse interrotto ogni tipo di discorso conseguente le sue percezioni, potrebbe ancora vivere a contatto con altri esseri viventi?
BIBLIOGRAFIA
- Stefano Piano – Sanatana-dharma. Un incontro con l’induismo – Roma 2006
- Patañjali Yogasūtra. A cura di Federico Squarcini – Torino 2015
- Patañjali Yogasūtra. A cura di Federico Squarcini – Torino 2015
